Quindici mesi dopo la nostra performance “Eros e Thanatos“, abbiamo deciso di pubblicare il testo consegnato quella sera ai nostri ospiti.
Speriamo possa regalarvi qualche buono spunto.
Se il simbolismo legato a Eros, personificazione della passione e del desiderio carnale, è di facile lettura, l’associazione della figura di Thanatos al kinbaku è certamente più ermetica.
Il senso di questa nostra scelta deriva da numerose sfaccettature del mito del dio Thanatos. Il primo palese parallelismo risiede nella paura dell’ignoto. Colei che presta sé stessa alle mani e alle corde di chi lega, non può sapere con certezza quello che le accadrà, cede al confronto con una forza che non può controllare.
La prima e primordiale reazione alla mancanza di controllo è la paura, che viene infine superata con la rassegnazione, l’abbandono. In questo senso abbiamo percepito in modo così forte il nesso tra il concetto di wabi sabi, la composta accettazione dell’impermanenza delle cose, alla figura di Thanatos, la morte in pace, a sua volta contrapposta a Ker, la morte violenta.
La profonda empatia di chi lega per la condizione di colei che viene legata, non deve impedire l’impassibile contemplazione della sofferenza. La persona legata viene accompagnata dalla compassionevole inflessibilità dell’altro fino a superare l’aporia creata dal dolore e dall’impossibilità di sfuggirgli.
Vogliamo riconoscere in questa dinamica Atropo, l’immutabile, la dea che imperturbabile recide il filo della vita con lucide cesoie. Nella vicinanza tra Atropo e Thanatos troviamo la fusione del femminile e del maschile, pienamente uniti nell’eros.
Il concetto stesso di eros è in Giappone, come nella Grecia classica, completamente slegato dall’idea di peccato. La drammaticità del momento dell’esposizione, nasce pertanto dalla distonia tra la sfera privata e quella pubblica: in quest’ottica l’intimità svelata, esibita, diventa motivo di vergogna. L’incapacità per la persona legata di mantenere nascoste le reazioni del proprio corpo – il respiro, il sudore, la salivazione, l’eccitazione – è fonte del pathos che caratterizza il kinbaku.

Il percorso verso la rassegnazione alla sofferenza, mostra, quasi morbosamente, corpo e spirito, costretti a far ricorso alle loro più recondite risorse. Proprio nello sforzo richiesto per attingere alle ultime energie, nella stanchezza convulsa dei muscoli e dei nervi, risiede la sfida che viene lanciata attraverso la tensione della corda. Quest’ultima si fa canale tra due persone, connesse da viscerale fiducia, rappresenta un dialogo silenzioso, in cui la parte che lega vessa l’altra in modo sempre più stringente, corda dopo corda, fatica su fatica.
In modo ripetitivo, con ritmo sincopato, la persona legata viene abbandonata a sé stessa con le proprie paure, comunque certa di essere poi nuovamente confortata e incoraggiata, da chi legando la accompagna attraverso il graduale, ma inesorabile, esaurimento. Così, fino alla liberazione, al medesimo tempo donata e meritata, che lascia entrambi nel più completo appagamento, più coscienti di sé stessi, e l’uno dell’altro.